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sabato 7 novembre 2015

L'intervista a... EMANUELA E. ABBADESSA a cura di Katia Fortunato

“Penso che l’intervista sia la nuova forma d’arte […] Un’intervista ti dà spesso l’occasione di confrontare la tua mente con delle domande, il che a parer mio è quel che s’intende per arte. Un’intervista ti dà anche l’opportunità di eliminare tutti quei riempitivi… devi tentare di essere esplicito, accurato, in argomento… niente menate. La forma dell’intervista ha i suoi ascendenti nel confessionale, nel dibattito e nel confronto incrociato. Una volta che hai detto qualcosa, non c’è modo di ritrattare. Troppo tardi. E’ un vero momento esistenziale.” [Jim Morrison]

L’intervista

Laureata in Lettere moderne, organizzatrice di eventi, insegnante di Storia della Musica alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere; esperta di Bellini ha lavorato con la sua fondazione e con il Museo Belliniano senza contare la collaborazione col Teatro Bellini e la collaborazione con il quotidiano La Repubblica.
Ora, non so voi, ma le mie ginocchia fanno giacomo-giacomo…
Fortunatamente Emanuela è una bella persona con cui sentirsi a proprio agio.

“Ciascuno costruisce per sé il proprio cammino e non è bene che i libri ci impressionino tanto da farci immaginare di esserne i protagonisti. Siano essi libri d’amore, versi e persino confessioni di santi”. Non è forse questa la bellezza dei libri? Poter immaginare di essere qualcun altro? Imparare e scoprire cose nuove?
Io sono una di quelle persone che “cadono dentro i libri”, che amano sentirsi risucchiate nelle storie e soffrono o gioiscono insieme ai personaggi. Questa dimensione della lettura mi piace molto. Leggendo anche per lavoro, e non solo per recensire ma per imparare la scrittura dai grandi, devo però cercare di mantenere un distacco analitico naturalmente. Ma questo non mi impedisce ti tenere vivo il mio lato sognatore. Perché, sì, il bello dei libri è che sono un’arma potentissima contro ignoranza, pregiudizio e contro tutti i mali che vengono dalla non conoscenza dell’altro.

Nel libro ci sono tanti riferimenti a Dio e alla fede; sei cristiana? Che rapporto hai con la chiesa cattolica?
Sono stata a lungo cattolica e anche praticante, ho amato leggere le Scritture, Sant’Agostino e le mistiche e continuo a farlo. E’ dallo studio delle religioni che sono lentamente passata dall’agnosticismo all’ateismo ma questo non mi ha tolto certamente il rispetto per quanti sono sostenuti dalla fede. Nel mio romanzo volevo rappresentare due religiosi, don Calogero e la badessa, come due uomini di ragione e di dubbio. Sono cresciuta sotto Paolo VI, il papa del dubbio, e continuo a essere molto toccata dall’esperienza di quanti devono, sulla loro pelle, mettere d’accordo ciò in cui credono con la razionalità.

Con un curriculum come il tuo, ti sei mai sentita o ti hanno mai fatta sentire di ispirazione per le altre donne?
Mi è capitato negli anni che alcuni studenti mi abbiano detto di voler “essere come me”. Non ho detto studentesse ma studenti a bella posta perché non ho mai fatto distinzioni di genere in alcun  caso e non amo farne, mi è sempre parsa una cosa da “riserva indiana” e credo che tutte le  discriminazioni siano pericolose, anche quando nascono da supposti buoni propositi. Se qualcosa ho  dato e potrò ancora dare sarà sempre in misura minore rispetto a ciò che ricevo e di questo sono grata  a tutte le persone delle quali incrocio il passo.
Io, francamente, spero che la gente sia sempre migliore di me.

Scrivere un romanzo… Qual è stato l’elemento scatenante? Cosa sentivi il bisogno di dire?
A spingermi a scrivere è stata la solitudine. Mi ero appena trasferita a Savona e stavo ricominciando la mia vita da zero o quasi. Ero a Savona, lontana da famiglia e amici e mi tenevo compagnia inventando personaggi che mi popolassero la casa.  Poi, naturalmente, il mio pensiero è passato nelle loro azioni ma non avevo intenzione, in prima istanza, di dire qualcosa in particolare se non narrare una storia.

Hai scritto tanti saggi sulla musica e il tuo primo romanzo ha la musica come componente principale; cos’è lei per te? Cosa rappresenta?
Cominciai a studiare musica da bambina, prima ancora di imparare a leggere e scrivere, e per me la musica è stata sempre una componente essenziale della vita. Con la musica ho lavorato a lungo anche se non ho sempre un buon rapporto con lei. Come dice la mia protagonista in uno dei pochi tratti personali che le ho regalato con la musica mi sento “un’amante tradita”.

Molto bella l’ambientazione, sembra quasi di leggere un classico, che personalmente come genere letterario non mi fa impazzire, ma che qui, devo dire, non mi è affatto dispiaciuto per la sua leggerezza; come mai questa scelta?
La collocazione temporale è stata dettata da una duplice motivazione: da una parte volevo rendere credibile l’idea del trovatello preso a servizio (oggigiorno, tra Inps e Inail, sarebbe tutto molto più complesso); dall’altra mi piaceva modellare una lingua che giocasse in qualche modo su calchi ottocenteschi. Mi sono sempre divertita molto con gli esercizi di stile e questa mi è sembrata l’occasione giusta per lavorare sulla lingua italiana che amo profondamente e che mi rappresenta integralmente. Ma c’è di più: il periodo mi interessava perché in quegli anni si formò il sentimento di unità nazionale. Provo a spiegarmi: nel mio romanzo la musica è presente a tutti i livelli, Verdi e Wagner la fanno da padroni perché ciascuno è associato a una delle due protagoniste. Verdi a Rita Agnello, dominata da passioni irrazionali come un’eroina da melodramma; Wagner ad Anna, razionale, moderna, autonoma. In realtà il contrasto procede sul binario della grande querelle che proprio alla fine dell’Ottocento si agitava in Italia sull’eccellenza di Verdi o di Wagner, una diatriba solo apparentemente musicale perché come sappiamo era invece legata alla questione dell’identità nazionale. Basti pensare ai patrioti che scrivevano sui muri “VIVA VERDI”, cioè “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”. Insomma, gli italiani che ancora non parlavano tutti l’italiano si riconoscevano simili grazie al fatto di parlare tutti la stessa lingua e quella lingua era la stessa del grane melodramma verdiano. Di contro, chi si riconosceva nei fremiti d’Oltralpe prediligeva Wagner.

Hai ambientato il tuo romanzo in Sicilia; non vivendo più lì hai pensato a qualcosa di famigliare che ti riscaldasse e ti rendesse “facile” il lavoro?
Credo che sia più semplice ciò che si conosce (o, almeno lo è per me) e, anche se sono lontana, penso di conoscere la mia terra d’origine meglio di altri luoghi in cui ho vissuto.

Parliamo di Luigi, questo ragazzino che va via di casa perché vuol fare il cantante lirico. Ieri come oggi, molti ragazzi vogliono intraprendere la carriera artistica, ma mi riesce difficile immaginare un ragazzino che voglia diventare tenore, parlando di quest’epoca. Cosa ne pensi?
Di giovani che vogliono fare la carriera come cantanti lirici io ne conosco a centinaia ma non è questo il punto. Il romanzo è ambientato nell’Ottocento e in quel momento il successo per un cantante era legato al melodramma. Se vuoi spostare avanti nel tempo la cosa, basterà pensare a un giovane che va via di casa e sostiene provini sperando di andare a talent show. Non credo cambi molto.

Hai studiato canto lirico, che differenza c’è tra cantare la musica e suonarla?
E’ la medesima cosa, solo che nel canto lo strumento sei tu, senza mediazioni tra te e il suono prodotto.

Oltre alla passione per la musica, nel romanzo troviamo anche la Passione nella sua   totalità; travolgente e temuta. Sei una persona passionale?
Molto. Pure troppo!

Capo scirocco è il titolo del romanzo e fa sentire profumo d’estate, di mare, di persone sedute davanti alle porte a chiacchierare con i vicini, ti è venuto fuori in modo naturale o hai dovuto pensarci un po’ prima di trovare questo titolo?
No, il nome del posto lo immaginai subito, prima ancora del romanzo. Non so come venne ma pensai a un lembo di terra sulla costa orientale della Sicilia, battuto dai venti di scirocco.

Com’è stato accolto Capo Scirocco? Com’è stata la promozione del libro? E l’incontro con i lettori? Come ti rapporti a loro?
Il romanzo è stato ed è così amato anche a distanza di tre anni dall’uscita da restare sempre sorpresa e commossa. Ho girato tutta l’Italia per promuoverlo e ancora mi chiamano per farlo, cosa davvero singolare in un momento in cui i libri hanno una vita di pochi mesi sugli scaffali delle librerie. Ho un ottimo rapporto coi lettori, ascolto tutti, leggo le loro lettere, i messaggi sui social network e rispondo a tutti anche perché imparo molto dal modo che hanno di restituirmi quanto io ho scritto attraverso il loro punto di vista.

Che differenza c’è tra insegnare e scrivere?
Per me enorme. Quando insegnavo non me ne rendevo conto pienamente, mi comportavo con cuore e ragione ma soprattutto con spontaneità. Ma il carico di responsabilità dell’insegnamento è molto gravoso.

Due domande d’obbligo, rivolte anche ad altri scrittori…

Sei preda di ispirazione e dove ti trovi scrivi o ti siedi davanti al pc e aspetti che i personaggi e i luoghi ti facciano visita?
Per me la scrittura è lavoro, dunque mi siedo e scrivo. L’ispirazione o non esiste o è sopravvalutata. Nel senso che se sono particolarmente desiderosa di scrivere, in poche ore faccio molto e bene mentre nelle giornate che girano storte in molte ore metto insieme cose irrilevanti e non felicissime. L’ispirazione in quanto tale per me riguarda in particolare la nascita di un soggetto, ovvero: una storia o un personaggio mi colpisce e mi viene voglia di scriverne.

Qual è il consiglio che senti di dare a chi vorrebbe intraprendere la strada della scrittura?
I consigli in realtà sono tre: leggere, leggere e poi leggere.

Un ultima domanda…

Ultimamente, nel nostro paese, viviamo una situazione che diventa ogni giorno insostenibile. Crisi, allagamenti, frane… La più recente è quella vissuta nei giorni scorsi a Messina che è rimasta senz’acqua fino a ieri, dopo quasi 15 giorni di disagi… Oggi sembra che la situazione sia in fase di riordino; l’avresti mai creduto possibile nel 2015? Cosa pensi della gestione politica siciliana? La mafia è un alibi per chi comanda o un motivo di guadagno?
Questo è un argomento molto doloroso per me. Nel 1992 Gesualdo Bufalino disse che per estirpare la mafia dai siciliani si sarebbe dovuto cambiare loro il DNA. Alcuni intellettuali siciliani si levarono contro quella affermazione anche con parole molto forti. Io vorrei non dover dare ragione a Bufalino.

Bene. Grazie mille Emanuela, è stato un vero piacere averti avuto con noi qui. Spero di rivederti presto in libreria con un novo libro così da poterci rincontrare ancora.
E saluto voi, lasciandovi con questo link che vi consiglio di vedere.




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