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mercoledì 10 febbraio 2016

È così che si uccide a cura di Katia Fortunato

Autore: Mirko Zilahy
Titolo: È così che si uccide
Genere: Thriller
Pagine: 410
Data di pubblicazione: 2015
Casa editrice: Longanesi


La pioggia di fine estate è implacabile e lava via ogni traccia: ecco perché stavolta la scena del crimine è un enigma indecifrabile. Una sola cosa è chiara: chiunque abbia ucciso la donna, ancora non identificata, l’ha fatto con la cura meticolosa di un chirurgo, usando i propri affilati strumenti per mettere in scena una morte. Perché la morte è uno spettacolo. Lo sa bene, Enrico Mancini. Lui non è un commissario come gli altri. Lui sa nascondere perfettamente i suoi dolori, le sue fragilità. Si è specializzato a Quantico, lui, in crimini seriali. È un duro. Se non fosse per quella inconfessabile debolezza nel posare gli occhi sui poveri corpi vittime della cieca violenza altrui. È uno spettacolo a cui non riesce a riabituarsi. E quell’odore. L’odore dell’inferno, pensa ogni volta. Così, Mancini rifiuta il caso. Rifiuta l’idea stessa che a colpire sia un killer seriale. Anche se il suo istinto, dopo un solo omicidio, ne è certo. E l’istinto di Mancini non sbaglia: è con il secondo omicidio che la città piomba nell’incubo. Messo alle strette, il commissario è costretto ad accettare l’indagine… E accettare anche l’idea che forse non riuscirà a fermare l’omicida prima che il suo disegno si compia. Prima che il killer mostri a tutti – soprattutto a lui – che è così che si uccide.


   È così che si uccide… È così che si scrive! Diamine, ‘sto libro m’è proprio piaciuto. Ecco un altro autore italiano che esordisce col botto, e anche bello forte. C’è anche da dire che Zilahy non è nuovo alla scrittura, essendo stato traduttore di romanzi importanti ed editor per Minimum Fax, ma questo non ci interessa, era solo una parentesi giusto per conoscerlo un pochetto. Parliamo del libro. Ambientato a Roma, una Roma parecchio diversa rispetto a quella a cui siamo abituati, quella dell’arte e dei monumenti, per intenderci. Qui c’è una Roma cupa, con atmosfere quasi dark e triste. Tristezza che si rispecchia nel protagonista. Mancini mi è piaciuto da matti. Mi sono piaciute le sue manie, il suo senso di colpa e la sua voglia di riscatto che si intravede in fondo. E non trascuriamo i membri della sua squadra. 

“Camminiamo sulla superficie del mondo e sento che il moto orizzontale che imprimiamo alle nostre vite è l’unico possibile. Il movimento dell’azione, dell’affermazione della nostra esistenza, lentamente e inesorabilmente frenato da quello verticale della gravità, che ci spinge in basso.”

Vi sembro matta se vi dico che il killer m’ha fatto quasi pena? Si, lo so, non è una reazione normale, soprattutto se teniamo conto dei delitti. Wow, neanche nei miei incubi peggiori avrei pensato a degli omicidi così, e dire che di thriller ne ho letti. L’omicidio del frate è da brividi, ma, sul serio, alla fine c’è stata una piccola parte di me che ha provato pena per quel povero cristo. 

“E la speranza, il pensiero del domani, è una deroga alle nostre distrazioni quotidiane. No, non possiamo permettercelo. È pericoloso. Dobbiamo crederci se vogliamo che funzionino. La speranza è il senso del dopo. Ci allontana dalla necessità dell’oggi.”

Bravo, bravo Zilahy. Bravo nel coinvolgerti, nel tenerti inchiodata, nel non darti tregua.
Il giorno dopo aver iniziato questo libro, mi son beccata l’influenza, due giorni a letto con la febbre e gli occhi ridotti a due fessure che mi lacrimavano a go-go; ho continuato a leggere. Certo non con la foga che avrei messo se fossi stata bene, ma sul serio, non riuscivo a non pensare a cosa sarebbe successo dopo e riprendevo in mano il libro. Da matti!
Aspetterò con ansia un nuovo romanzo di questo autore che è entrato nella lista di quelli che compri a occhi chiusi.

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