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giovedì 16 febbraio 2017

Forum: Il giardino dei Finzi-Contini

In collaborazione con Club Qualcuno con cui... leggere

Autore: Giorgio Bassani
Titolo:
Il giardino dei Finzi-Contini
Genere:
Narrativa
Pagine:
224
Data di pubblicazione:
2012
Casa editrice:
Feltrinelli



A Ferrara, la comunità israelitica e sempre più minacciata dalle leggi razziali. La famiglia dei Finzi-Contini reagisce conducendo una vita appartata, in una grande e lussuosa villa. La loro proprietà e circondata da un maestoso giardino, ammantato da un'aura di mistero. Albert e Micol, i ragazzi della famiglia, decidono di invitare a giocare a tennis, a casa loro, alcuni amici, per lo più ebrei, estromessi dal circolo di tennis cittadino. Il protagonista della storia, che narra in prima persona, entra così in questa piccola comunità a cui appartiene anche il milanese Malnate. Nei lunghi colloqui tra il narratore, Micol e gli amici, si intrecciano temi politici e privati e affiora anche un sentimento d'amore tra la giovane ebrea e il protagonista. Questi si vedrà invitato a diradare le sue visite alla villa quando Micol deciderà di chiudere ogni via ai possibili sviluppi di quell'affetto. Il rifiuto prelude alla tragica fine della famiglia: Alberto muore di una grave malattia; Micol e tutti i suoi vengono deportati in Germania e uccisi. Malnate cade in Russia. Per il narratore rimangono i ricordi brucianti di una stagione irripetibile.


   Gino: «Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. Nel 1929 Micòl era poco più che una bambina, una tredicenne magra e bionda con grandi occhi chiari, magnetici; io un ragazzetto in calzoni corti, molto borghese e molto vanitoso, che un piccolo inconveniente scolastico bastava a gettare nella disperazione più infantile. Entrambi ci fissavamo. Al di sopra della sua testa il cielo era azzurro e compatto, un caldo cielo estetico senza la minima nube. Niente avrebbe potuto mutarlo, sembrava, e niente infatti l’ha mutato, almeno nella memoria».
Il romanzo inizia presso la necropoli etrusca di Cerveteri, vicino Roma, dove il protagonista – il cui non verrà mai menzionato esplicitamente – si trova in gita insieme ad un gruppo di amici, e osservando le tombe etrusche per associazione pensa al cimitero ebraico di Ferrara, e più in particolare alla tomba monumentale dei Finzi-Contini, memoria del tragico destino che ha travolto questa famiglia. I Finzi-Comtini sono una famiglia molto ricca appartenente all’alta borghesia, che vive nella comunità ebraica di Ferrara, possiede un imponente villa con un grosso giardino e un campo da tennis. La famiglia è composta dal professore Ermanno, sua moglie Olga, i figli Alberto e Micòl, Guido (morto in età infantile) e la nonna Regina. Negli anni giovanili l’io narrante – il protagonista – con fatica riuscirà ad avere contatti con i giovani della famiglia Contini, su cui i genitori riversano un atteggiamento iperprotettivo e di isolamento sociale, fin quando una sera il protagonista dopo una forte delusione scolastica scappa da casa e vagabonda in giro per la città arrivando vicino le mura della casa dei Contini dove – finalmente – avrà un incontro più ravvicinato con Micòl, che però sfuma in fretta per l’intervento di Perotti – il maggiordomo – che richiama la giovane in casa. Da quel giorno i sentimenti del protagonista nei confronti di questa fanciulla mutano: non è più un amica, ma il giovane si accorge di provare qualcosa in più. Qualcosa di bello e poco avvezzo alle descrizioni. La narrazione prosegue fino ad arrivare – con un salto temporale – all’emanazione delle leggi razziali, e delle discriminazioni degli ebrei che inevitabilmente avranno ripercussioni sia sulla vita dei giovani che sui loro rapporti sociali. La paura del rifiuto del protagonista – che lo accompagnerà per molto tempo – si aggiunge alla decisione di Micòl di trasferirsi a Venezia per completare i propri studi, nonostante ciò quasi per un istinto di conservazione il giovane continua a frequentare la casa Contini, e in occasione della Pesach, la Pasqua ebraica, il giovane smosso dai propri sentimenti lascia la sua casa per raggiungere le mura della villa Finzi-Contini spinto anche dal ritorno a casa della giovane, che bacerà, venendo però – verrebbe da dire, inaspettatamente – rifiutato. Il romanzo si conclude con gli interrogativi di questo giovane, ormai deluso sia dalla giovane, che nei confronti dell’amore, ma con fare ingenuo non si rassegna, anzi, quasi con pietismo continua a frequentare la casa Contini (forse sperando di poter cambiare le cose?) fino a quando Micòl mette le cose in chiaro, che il protagonista non accetta dandosi un’altra spiegazione all’apparenza più dolorosa, ma che forse razionalmente può far morire il sentimento. Quel sentimento che ogni giorno ha smosso il protagonista nella visita di casa Contini in nome della possibilità, in nome dell’amore che poteva essere, in nome di una stronza che poteva stemperare le cose con tempo, e non, ormai, a sentimento ben che inoltrato. Sulle scie finali delle pagine il ricordo amaro della Seconda Guerra Mondiale e il triste e immutabile destino che ha segnato la famiglia Finzi-Contini, morti per mano dei lager nazisti.
«Varcata la soglia del cimitero dove ciascuno di loro possedeva una seconda casa, e dentro questa il giaciglio già pronto su cui, tra breve, sarebbe stato coricato accanto ai padri, l’eternità non doveva più sembrare un’illusione, una favola, una promessa da sacerdoti. Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere. Lì, tuttavia, nel breve recinto sacro ai morti famigliari; nel cuore di quelle tombe dove, insieme coi morti, ci si era presi cura di far scendere molte delle cose che rendevano bella e desiderabile la vita; in quell’angolo di mondo indifeso, riparato, privilegiato: almeno lì (e il loro pensiero, la loro pazzia, aleggiavano ancora, dopo venticinque secoli, attorno ai tumuli conici, ricoperti d’erbe selvagge), almeno lì nulla sarebbe mai potuto cambiare».

Angela: Un amore giovanile struggente e devoto custodito nel cuore di un giovanotto dal carattere particolare, tendente alla solitudine, tratto che i tristi anni in cui è vissuto hanno contribuito ad accentuare; sullo sfondo la bella città di Ferrara e in sottofondo la voce nostalgica di chi è consapevole di parlare di fatti e persone che oramai non solo appartengono al passato, ma che sono soprattutto andati via per sempre, e con loro il destino non è stato affatto generoso. Il mio parere su questo libro è diviso in due: da una parte ne ho apprezzato la storia in sé, la descrizione di quest’amicizia particolare con Micol e con la sua famiglia, le sequenze riflessive in cui emerge la psicologia del protagonista, lo sfondo delle leggi razziali contro gli ebrei; dall’altra, a non avermi catturato è stato lo stile di scrittura, dal linguaggio spesso poco fluido e scorrevole, un po’ pesante perché ricco di descrizioni e particolari di luoghi, ambienti, situazioni, che tolgono spazio alla narrazione dei fatti e inevitabilmente la rallentano. Tenera e commovente la scena in cui assistiamo ad un importante avvicinamento tra il protagonista e il papà (forse l’unica in cui personalmente ho percepito un coinvolgimento emotivo). Sono contenta di averlo letto perché era dalle medie che volevo farlo!!

Anna: Anche a me ha colpito quella scena. In effetti quello che non sono riuscita a provare è una vera empatia per questi ragazzi...non so perché.

Angela: Eh si Anna, pure io, lo ammetto. Eppure sono una che ricerca il coinvolgimento.

Sara: Io purtroppo non l'ho letto... Posso dire che per quel poco che avevo letto mi ero commossa subito nel prologo e mi piaceva quella sorta di malinconia e nostalgia che veniva fuori durante la narrazione

Arianna: La malinconia è il sentimento che mi lascia sempre questo libro quando lo rileggo. Immagino questi ragazzi belli, giovani, benestanti, colti, giocare a tennis in questo posto da favola... e penso solo alla malinconia. E questo è merito dell’autore. È riuscito fin dalla prima pagina a trasmettere un senso di incompiuto di disagio, sia personale che ovviamente storico, attraverso le parole dette ma soprattutto grazie a quelle non dette. Il ritmo lento, i dialoghi lacunosi. I personaggi di cui si sa comunque poco. Dello stesso protagonista sappiamo quasi niente. E non riusciamo davvero a capire cosa gira nelle teste di Micol, del fratello che non si capisce che tipo di sentimento provi per l amico… Ne è innamorato, è solo stima? E Micol cosa prova davvero? Non riusciamo a capire e rimaniamo spiazzati assieme alla voce narrante. Gran bel libro. Felicissima di averlo riletto.

Anna: Io ho percepito che Alberto sia innamorato dell'amico.

Arianna: Anche io Anna, però è molto vago.

Barbara P.: Questo libro l'ho letto abbastanza di recente e posso dire che mi è piaciuto molto sia per lo stile, sia per la trama. Molto ben descritto. Molto triste. Molto bello.

Giovanna: Per me è stata una rilettura e mi ha confermato che spesso rileggere dopo molti anni fa rivalutare alcuni romanzi che si erano un po' snobbati in gioventù...Mi è piaciuto molto, d'altronde Bassani è uno scrittore di valore, e questo romanzo è considerato la sua opera migliore. Mi è piaciuta la figura di Micol, una figura di donna moderna e realista, molto più in gamba dei coetanei maschi. E' difficile commentare questo libro perché molto discontinuo. Ma la storia d'amore mai sbocciata è commovente e appassionante, con passaggi molto belli e teneri. Bel libro, bella lettura!

Anna: Ho faticato molto nella prima parte, non sono riuscivo a trovare un senso. La seconda parte mi è risultata molto più scorrevole. La storia di un gruppo di ragazzi ebrei, con lo sfondo dell'epoca storica particolarmente importante in cui vivono: le leggi razziali del 1938 e la conseguente deportazione degli ebrei. Un libro malinconico, nostalgico, con un narratore-protagonista timido senza nome (Sono andata a fare un po' di ricerche e sembra che possa trattarsi dello stesso autore). Una storia che mi ha lasciata un senso di tristezza per dei personaggi, il cui destino tragico era noto sin dall'inizio del libro.

Valentina: Devo essere sincera: mi sono avvicinata a questo libro puramente per il desiderio di entrare a pieno nel club. Non l'avrei in nessuno modo scelto altrimenti. Come spesso accade poi la lettura mi ha piacevolmente sorpresa. Trovo quasi inspiegabile come una scrittura come quella di Bassani, lenta e complessa, riesca a catturare tanto. Io l'ho trovata estremamente appropriata (ho pensato tantissimo a quale parola usare). Appropriata ai tempi: credo davvero che le giornate e le estati scorressero con molta più lentezza; appropriata agli eventi storici sullo sfondo, che con grande maestria vengono inseriti con il giusto peso, senza dirompere o prevaricare il resto; appropriata agli spazi: Ferrara (ho voglia di visitarla), l'opulenza della Domus Magna, la vastità e la ricchezza del giardino. Lo stile mi sembra soprattutto appropriato alla caratterizzazione dei personaggi: Micol, che anche io ho trovato moderna e per la quale ho provato sentimenti ambivalenti lungo tutta la narrazione; Alberto, così difficile da comprendere fino forse alla rivelazione della malattia; l'io narrante, soprattutto lui! Il tempo scorre, gli eventi storici si susseguono, le stagioni passano, ma per questo ragazzo, intelligente e dotato, tutto diventa funzionale e a servizio del suo innamoramento. Le amicizie che intreccia, gli studi per la tesi, l'allontanamento dalla famiglia... tutto a servizio di un amore forte, idealizzato. Un amore consono all'età forse, ma in un'epoca che ci fa sembrare questi ragazzi molto più grandi dei coetanei contemporanei. Nel finale mi sembra che questo ragazzo si riappropri della sua vita, proprio abbandonando il sentimento per Micol e impattando con la realtà dei fatti.
Grazie per questo suggerimento di lettura. Grazie anche a tutti voi per gli interessantissimi commenti che ho letto prima di scrivere: è molto preziosa questa opportunità di condividere i pensieri!

Laura: Letto qualche anno fa, ma lo ricordo benissimo. La lettura è lenta per chi non ama le "minuzie" delle descrizioni. La bellezza del romanzo è che innanzi tutto è autobiografico e poi mette il contrasto tra la freschezza della gioventù con il grigiore della Guerra alle porte, di come la si poteva vivere a quell'età in cui ci si preoccupa solo di esser corrisposto dalla bella e affascinante Micol. E poi l'essere ebrei, il cambiamento della società, della città e delle abitudini E poi, tutt'insieme si è adulti e si comprende la guerra e quanto stronzetta e opportunista lei. No scusate, l'ho sempre trovata la classica tipa figa che sa di esserlo, ma mira alto! Comunque bello il libro!!

Katia: Il libro l'ho letto la prima volta tanti anni fa, ed allora ho fatto fatica, anche se l'ambientazione, lo stile, la storia mi piacevano. Quando l'ho riletto ora, forse perché più matura e consapevole, ho letto, oltre al libro, la nostalgia e la malinconia di questi ragazzi. Come anche l'amore. Un bel libro, decisamente.

2 commenti:

  1. Mi pento sinceramente e umilmente di averlo snobbato dopo avervi letto.

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