Cerca nel blog

giovedì 15 giugno 2017

Il quaderno azzurro a cura di Michela Chinellato

Autore: James Levine
Titolo: Il quaderno azzurro
Genere: Narrativa
Pagine: 263
Data di pubblicazione: 2010
Casa editrice: Piemme


Batuk ha quindici anni e due tesori: la sua bellezza e una matita. Batuk viveva in campagna prima di essere venduta dalla famiglia, costretta dall'indigenza, alla tenutaria di un bordello. Da sei anni è prigioniera nella strada delle piccole prostitute, chiusa in una gabbia che lei chiama nido, affacciata sul vortice senza speranza delle vie di Mumbai. La bellezza le garantisce un trattamento di favore all'interno della realtà agghiacciante che la circonda, ma l'unico modo per sfuggire all'orrore quotidiano è la sua capacità di dare voce al suo mondo fantastico. Perché Batuk crede nella forza delle parole, nel loro potere consolatorio. E così, procuratasi in segreto una matita, dopo aver convinto uno dei suoi guardiani a insegnarle a scrivere, Batuk comincia a raccontare le sue storie su un taccuino: storie vere, come la sua e quella dei suoi compagni di schiavitù, e storie di fantasia, che le permettono di spiccare il volo, dando un senso e una speranza alla sua esistenza.


Un velo di rabbia può anche sollevarsi, ma l'amore acceca per sempre.

   I bambini devono essere felici e spensierati. I libri che parlano di bambini dovrebbero raccontare storie di giochi, di avventure, di canzoni, di risate.
Questo è un colpo al cuore.
Posso solo rievocare la tristezza, l'angoscia, le ingiustizie, la malvagità, la cattiveria che trasudano queste pagine.
Mumbai. India.
I bambini provenienti da famiglie povere vengono venduti dai genitori a dei protettori per farli prostituire. Credo che non servano altre parole per poter descrivere ciò che accade. Con minuzia di particolari.
Solo per stomaci forti.
Piccola disambiguazione: ben scritto, ma essendo l'io narrante una ragazzina povera e senza alcuna cultura, il fatto che si usino paroloni e trattati psicologici degni di Freud mi ha lasciato perplessa.

Si può pensare che una parola diventi nostra quando l'ascoltiamo o la scriviamo, invece no, le parole sono in prestito.

Nessun commento:

Posta un commento